Into the Summer
•Luglio 16, 2009 • Lascia un CommentoUn orso sulle mie colline
•Luglio 12, 2009 • 2 CommentiDa il quotidiano “L’Arena”:
“Un orso bruno avrebbe preso casa nel bosco della Fratta, accanto alle zone
coltivate a frutteto del colle di San Briccio, sopra Lavagno. È quasi
sicuramente passato di lì dalle tracce lasciate, ma è ancora da dimostrare che
abbia deciso di fermarsi. Sul terreno sono rimaste le sue orme, mentre sono
spariti i frutti caduti dagli alberi: pesche, pere cotogne, susine, ciliegie
selvatiche di cui l’orso ghiotto e affamato ha fatto piazza pulita, lasciando
escrementi e impronte ben marcate sui prati e sui terreni che degradano dal
bosco della Fratta fin quasi alla strada provinciale fra San Martino e
Marcellise.
Gli esperti trentini, che da decenni seguono gli orsi del Parco Adamello-
Brenta nel loro pellegrinare, non ne sono affatto stupiti: l’orso, anche se
preferisce il fresco della montagna, può arrivare a quote collinari se le
condizioni climatiche lo consentono.
«Stupisce che sia arrivato fino a San Briccio senza lasciare tracce lungo il
tragitto», commenta Claudio Groff, referente per l’orso del Servizio foreste e
fauna selvatica della Provincia di Trento, «ma la cosa non è impossibile
perché l’orso fa parecchia strada, anche fino a 50 chilometri al giorno, e in
questo periodo ha abbondanza di frutta selvatica».
Sulla provenienza non si pronuncia: «Intanto vorrei essere sicuro che si
tratti di orso perché ci arrivano decine di segnalazioni al giorno. L’analisi del
Dna sulle feci è utilissima per capire se sia un orso e da che popolazione
provenga. Potrebbe essere originario dalla colonia presente nel Parco
dell’Adamello-Brenta o arrivare dalle Alpi orientali, da Slovenia e Friuli. Quel
che è certo è che non abbiamo recentemente avuto segnalazioni nel Trentino
meridionale e quindi questo esemplare avrebbe fatto parecchia strada senza
lasciar traccia. Sicuramente non è lo stesso orso avvistato sul Baldo perché
quell’esemplare è già in Austria: ne abbiamo ricostruito il percorso
attraverso la Vallarsa, l’altopiano di Asiago, il Bellunese e sappiamo che da
giugno è nel Tirolo meridionale», precisa l’esperto. Potrebbe essere arrivato
da Est seguendo lo stesso corridoio, come l’esemplare che in questi giorni
staziona a cavallo tra Primiero e Feltre.
Il fatto che non siano stati segnalati danni a greggi, alveari o pollai lungo il
percorso si spiega perché l’orso è un animale a dieta prevalentemente
vegetariana: ha bisogno di proteine solo al momento del risveglio e prima del
letargo, ma il passato inverno, con le abbondanti nevicate, ha provocato un
gran numero di decessi per stenti e denutrizione fra cervi, camosci e caprioli,
fornendo agli orsi, al risveglio, abbondanza di carcasse.
Con l’aumento della temperatura dovrebbe alzarsi di quota anche l’orso, a
meno che non trovi nel bosco e in qualche anfratto un microclima ideale per
ripararsi durante il giorno.
Dunque dovremmo abituarci all’idea di condividere boschi ed escursioni con
questo animale, «che non costituisce un pericolo, anche se può essere
potenzialmente pericoloso», precisa Claudio Groff, «ma è più lui che deve
temere l’uomo e il male che può procurargli. Gli accorgimenti sono quelli di
farsi notare, parlando a voce alta e tenendo gli animali al guinzaglio». L’orso è
per natura timoroso e preferisce evitare incontri con l’uomo: attacca se è
provocato, se ci si trova fra l’adulto e la prole o lo si disturba mentre sta
mangiando. Basta allontanarsi lentamente, tenendo d’occhio i suoi
movimenti: se si alza in piedi e annusa l’aria non è per aggredire ma per
identificare meglio cosa gli stia intorno.
L’assessore provinciale alle politiche del settore faunistico e all’ecologia,
Luca Coletto, è sorpreso ma non allarmato: «Sono scorribande abituali che
sappiamo essere proprie di questo animale che finora non ha provocato
danni. Eviterei di spaventare inutilmente e sono felice invece di considerare
la presenza dell’orso come un regalo a un ambiente che se può ospitarlo
significa che è rimasto sostanzialmente integro e selvaggio».
[Vittorio Zambaldo]
Dolomiti – Patrimonio Naturale dell’Umanità -
•Giugno 27, 2009 • Lascia un CommentoIeri, 26 Giugno 2009, le Dolomiti sono divenute Patrimonio Naturale
dell’Umanita’. La proclamazione e’ avvenuta al Palazzo dei Congressi di
Siviglia, in Spagna, con giudizio unanime dei 21 membri del Consiglio
mondiale dell’Unesco che hanno attribuito il riconoscimento a nove gruppi
dolomitici, 231 mila ettari, tra le province di Trento, Bolzano, Belluno,
Pordenone e Udine.
I siti interessati vanno dalle Dolomiti di Brenta al gruppo formato dal
Catinaccio e dal Latemar, a cavallo fra Alto Adige e Trentino; dalle Dolomiti
di Sesto alle Pale di San Martino, dal massiccio della Marmolada, che
comprende la cima piu’ alta delle Dolomiti e il ghiacciaio piu’ caratteristico, al
gruppo formato da Pelmo e Croda da Lago, per arrivare alle Dolomiti
Friulane, le piu’ orientali di tutte.
Onore all’immensa bellezza di questo monti, che nulla hanno da invidiare ad
altre bellezze naturali del mondo.
Qui di seguito il video spot, con alcuni dei luoghi più suggestivi, non solo del
Sud Tirol.
Scatti dal Bosco
•Giugno 19, 2009 • Lascia un CommentoLibellula depressa L.
•Giugno 12, 2009 • Lascia un CommentoLe libellule sono insetti facilmente riconoscibili, dal corpo snello e
allungato.
Hanno due paia di ali con una rete di venature molto complessa, occhi grandi
e composti, antenne corte e poco apparenti.
Appartengono all’ordine degli ODONATA, divisi in due sottordini: gli
Zygoptera (= ali simili) e gli Anisoptera (= ali diverse).
Le ali degli zigotteri sono più o meno simili, tra gli anisotteri invece le ali
posteriori sono più larghe delle anteriori.
La Libellula depressa appartiene alla famiglia dei Libellulidae, sottordine
Anisoptera.
Gli anisotteri sono molto più massicci degli zigotteri e sono dei volatori più
rapidi. Gli adulti si trovano sovente a molti chilometri di distanza dall’acqua.
Le ali rigide producono di frequente un leggero ronzio durante il volo.
I Libellulidae sono più corti della maggior parte degli altri anisotteri e
raggiungono di rado i 50 mm. La maggior parte di questi insetti trascorre
lunghi periodi su di un posatoio dal quale poi si lancia alla ricerca delle
mosche di passaggio, invece di pattugliare con volo regolare le zone di
caccia. I colori dominanti di questa famiglia sono il bronzo e il rosso, ma i
maschi adulti, soprattutto quelli di Libellula depressa, presentano
frequentemente una peluria azzurra.
( fonte: “Guida degli insetti d’Europa” M. Chinery, Muzzio Editore)
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canon eos 350d 18-55 @ 5o mm iso200 1/60 s f 5,6 mano lbera
canon eos 350d 18-55 @ 55 mm iso200 1/60 s f 8,0 mano libera
Cliccate sulle immagini per ingrandirle
photos © Lorenza Faccioli
Macroglossum stellatarum
•Giugno 9, 2009 • 2 CommentiLa Sfinge del galio, Macroglossum stellatarum, appartiene alla
famiglia degli Sphingidae, ordine Lepidoptera, è cioè una farfalla.
Gli sfingidi sono generalmente insetti notturni, ma alcuni, come questa,
volano di giorno.

























